
Il dramma si svolge nella cella di un carcere romano. Tre detenuti: Cristian ergastolano, Amir
immigrato di seconda generazione e Giovanni, ex ricercatore universitario, condannato per
l’uccisione della fidanzata. I tre devono in qualche modo passare il tempo e imparare a conoscersi in
una sorta di loop ripetitivo che però comincia a modificarsi man mano che ciascuno dipana la sua
storia, come le ragioni e le “non ragioni” di ciò che ha fatto. Emergono le vicende di vite che sembrano
aver esaurito il loro scopo. Giovanni vuole sapere cosa hanno fatto i suoi compagni ma, mentre Amir
è fin troppo desideroso di raccontare, Cristian si oppone e Giovanni si adopera per scardinare la
posizione di Cristian che gli appare assolutamente cinica. Vuole tentare di conoscere quest’uomo,
terribile nella sua calma eccessiva, per arrivare a comprendere meglio il luogo (il carcere) dove è
approdato e per sfuggire, con l’aiuto di Amir e di Cristian, alla disperazione che in ogni istante sembra
voler dilagare nella sua vita, come già è accaduto ai suoi compagni di cella. Alla fine le domanda che
emergono sono: è possibile cambiare anche dopo aver fatto cose inimmaginabili? Perché mai si
dovrebbe fare la fatica di cambiare quando la prospettiva è di restare chiusi in una cella per buona
parte della vita? Eppure un punto cui aggrapparsi si deve trovare…